Giuseppe Capogrossi alla Guggenheim: una retrospettiva

A cura di Luca Massimo Barbero la retrospettiva su Capogrossi (Roma 1900-1972) offre davvero un’occasione unica di seguire l’evoluzione del lavoro dell’artista romano; dai primi quadri figurativi degli anni Trenta, dove le atmosfere rarefatte ricordano quelle di De Chirico e la disposizione delle figure in uno spazio geometrico a loro commisurato il Rinascimento di Piero della Francesca e il Carrà dei paesaggi ordinati, alle scomposizioni  neocubiste degli anni Quaranta, dove i soggetti si assottigliano in piani di colore sempre più squillanti, e la figura, soprattutto quella femminile, o un dettaglio, come ad esempio una finestra, conquistano l’intero spazio del quadro, fino alla scoperta, nel 1949, di quel suo segno che diviene da quel momento l’unico soggetto della sua pittura.

Artiglio, tridente, mano, sorta di carattere cinese, lunato e articolato; il segno di Capogrossi è stato definito in molti modi; anche se un’analisi semantica non è possibile (l’artista non ha mai voluto spiegarsi sul perchè di quella forma), davanti alle sue tele rimane forte la sensazione che quel segno sia l’uncino con il quale l’artista romano afferra, comprende e restituisce il mondo, l’icona, o come dice Barbero, il “segno scabro e interiore” sulla quale costruisce la sua opera pittorica.

Il segno di Capogrossi non da origine a nessuna narrazione. Eppure un legame con gli anni che precedono l’arrivo all’astrattismo continua ad esserci, soprattutto nella riflessione sugli elementi costitutivi dell’arte: la disposizione di forme e di colori nello spazio, il rapporto tra forma, colore e spazio, pieno e vuoto, colore e non colore. Lui stesso raccontava dell’impressione avuta, quando, ancora piccolo, in visita in un istituto di ciechi vide un altro bambino disegnare; il bambino non vedeva quello che faceva ma creava uno spazio che “gli veniva da dentro”. Così, più tardi, sempre memore di questa impressione, anche Capogrossi affermerà che le sue composizioni gli nascono “dentro”.

Se l’esposizione nel 1950 alla Galleria del Secolo di Roma con i suoi primi quadri astratti fu uno “scandalo” tutto italiano, un “tradimento” della pittura figurativa, la partecipazione nel 1953 ad una mostra storica della Solomon Guggenheim di NY – Younger European Painters – e qualche anno più tardi, nel 1958, la prima personale organizzata da Leo Castelli segnò il suo riconoscimento internazionale.

Oggi senz’altro considerato uno dei maestri italiani del Novecento, la mostra va vista anche per la preziosa ricostruzione del passaggio dal figurativo all’astrattismo e per la ricchezza delle opere – circa 70 tra dipinti e lavori su carta –provenienti da collezioni private e da molti importanti musei.

29 settembre 2012 – 10 febbraio 2013
Collezione Peggy Guggenheim
Palazzo Venier dei Leoni- Venezia
Orario: 10-18 tutti i giorni, chiuso il martedi

Il Temporale, 1933

Superficie 678; uno dei primi lavori astratti, fu presentata nel 1950 alla Galleria del Secolo di Roma provocando quasi uno scandalo per l’abbandono dell’artista della pittura figurativa.

Superficie 210, Solomon Guggenheim, NY

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